Ott '15
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L'Occidentale, "Roccella: "Le mie ragioni su Ncd"
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I giornali titolano sull’implosione di Ncd, sul fatto che alcuni abbandonano, che si migra o si cambia casacca. In realtà c’è una - mai nascosta - sofferenza di alcuni, ci sono le dimissioni del coordinatore appena chiuse le riforme, e una richiesta di aprire nel partito una vera discussione. Ma questa richiesta, sostenuta anche da qualcuno, come Cicchitto, che la pensa assai diversamente da Quagliariello, sembra destinata a cadere nel vuoto. No, il dibattito no: come se fossimo in un film di Nanni Moretti e non in un partito vero. Allora provo a spiegare qui le mie ragioni, visto che pare non ci saranno altre occasioni.

Il centrodestra è in confusione. Altri, con una certa soddisfazione, dicono che è spappolato, che non c’è più. Non c’è più la scelta destra-sinistra, dicono, e ti catechizzano con il nuovo bipolarismo sistema-antisistema, per cui è ovvio che bisogna stare con il sistema, mai con Salvini e Grillo, dunque con Renzi. Il partito della nazione, si narra in qualche intervista, alla fine imbarcherà tutti, e in ogni caso i centristi avranno il loro posto; vedrete che insieme, con Verdini, Fitto, Alfano e la giovane e dinamica classe dirigente renziana, davvero non più comunista, ci ritroveremo in un edenico futuro disegnato dalla nuova legge elettorale.

No, non ci credo. Renzi è uno straordinario frullatore di residui ideologici, e ha ben capito che oggi la sinistra sopravvive, e può vincere, solo se distrugge la propria storia (non c’è nemmeno bisogno di rinnegarla), cambiando cultura, tradizione e immagine. Ma del vecchio comunismo ha imparato la lezione più solida: la capacità di occupazione del potere, di fare terra bruciata intorno: niente alla propria destra né alla propria sinistra, prendiamoci tutto. Non ci sarà un partito della nazione, ma, come ha felicemente titolato il Foglio, un partito della fazione, capace di una spregiudicata e intelligente azione per dividere e imperare, senza mai riconoscere vere alleanze, ma solo accordi provvisori e parziali dettati dalle contingenze, e quindi mutevoli.

Allora perché fino ad oggi noi del Ncd abbiamo scelto Renzi? Si potrebbe obiettare che in realtà avevamo scelto Letta, e che Renzi lo ha scelto Berlusconi, con il patto del Nazareno, ma sarebbe una risposta troppo facile. Lo abbiamo scelto, e sostenuto, perché ritenevamo che la strada intrapresa da Forza Italia fosse mortale per il centrodestra e per il paese (il tempo purtroppo ci ha dato ragione), e che il governo di larghe intese poteva salvare l’uno e l’altro.

Ci siamo messi in gioco, abbiamo rischiato, e abbiamo costituito, soprattutto nei primi tempi, la garanzia del “renzismo”, che senza di noi non ce l’avrebbe mai fatta. La garanzia, cioè, di un ritorno alla politica, per fare riforme importanti e rapide, che tirassero l’Italia fuori dalle secche dell’immobilismo, sia pure con tutte le riserve e i compromessi del caso; la garanzia che si archiviasse la distruttiva parentesi montiana, con un governo “tecnico” che si destreggiava tra la dipendenza dall’Europa e quella dal Pd; e infine, la garanzia che non si cedesse all’antisistema, che il paese non si gettasse tra le braccia del grillismo con una reazione rabbiosa e disperata. Siamo stati generosi, abbiamo dato, ma in cambio non abbiamo avuto nulla, e nulla abbiamo saputo prendere. Il lampo che ha illuminato definitivamente la realtà dei rapporti con il Pd è stato lo schiaffo subìto sulla calendarizzazione delle unioni civili, con le parole arroganti di Zanda e il Pd che votava con Sel e M5S, proprio un minuto dopo l’approvazione delle riforme.

Renzi è il nostro presidente del Consiglio, ma non è il nostro leader. Il centrodestra va ricostruito, perché ce n’è bisogno, perché la distinzione tra destra e sinistra esiste più che mai, e soprattutto esiste tra gli elettori. Si dice: Renzi fa “cose di destra”, e questa è una nostra vittoria, e si snocciola l’abolizione dell’art.18,  la promessa cancellazione delle tasse sulla prima casa, la responsabilità civile dei magistrati, e così via. Non è così, a partire dalle riforme istituzionali. Il nuovo Pd è disegnato come un classico partito pigliatutto all’americana, come all’americana era la fantastica campagna per le primarie con le foto di Renzi in camicia bianca, ricalcata su quella di Obama. Un partito di sinistra che sfonda al centro, perché solo acchiappando voti al centro (e sottraendoli ai centristi) si vince in un sistema bipolare.

Le riforme “di destra” servono a stracciare la vecchia classe dirigente del Pd, a rompere gli antichi legami che lo frenano nella corsa al potere, come quello con la Cgil, a costruire una sinistra rinnovata, adeguata ai tempi, capace di vincere. Ma non sono “di destra”, anzi: sono acquisite alla sinistra, sono depotenziate dal punto di vista identitario. Il fatto di non riconoscere mai il proprio alleato, di ricondurre a sé qualunque obiettivo, persino la berlusconiana detassazione della prima casa, è l’indizio più rivelatore della strategia renziana per uccidere il centrodestra.

Tutto questo è legittimo e comprensibile, per un leader della sinistra, e possiamo anche rassegnarci e decidere di aspettare, acquattati all’ombra del governo, tempi migliori, perdendo ogni settimana lo 0,2 o lo 0,4%, in un triste stillicidio. Oppure si può decidere di combattere, di provare a fare davvero la minoranza creativa, di aggregare un gruppo di persone libere che scendono dal carro del vincitore e si muovono in campo aperto. Solo rischiando si può agire per ricostruire un embrione di centrodestra riconoscibile come tale, che abbia una esplicita caratterizzazione popolare e una vocazione di governo.

E’ una scelta eroica, rispettabile ma destinata al fallimento, una scelta leopardiana del tipo “Io solo combatterò, procomberò sol io”? Non lo credo. Basterebbe, a farmi credere il contrario, l’astensione in cui si sono rifugiati gli elettori di centrodestra, e il fatto che l’analisi dei flussi elettorali confermi come pochi dei voti provenienti da destra si siano riversati sul Pd renziano. E comunque, l’alternativa è morire di inedia, sognando un’abbuffata che non verrà.

http://loccidentale.it/node/138234